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Estratto dagli Stati e Imperi del Sole

Savinien Cyrano de Bergerac

[Cyrano arriva sul Sole, che è abitato dalla Repubblica degli uccelli.]

…Mi trovai in un paese talmente pieno di uccelli che il loro numero era quasi pari a quello delle foglie che li ricoprivano. Ciò che mi sorprese maggiormente fu che questi uccelli, invece di spaventarsi al mio arrivo, svolazzavano intorno a me; uno mi fischiava alle orecchie, un altro faceva la ruota sopra la mia testa; dopo che il loro saltellare ebbe occupato la mia attenzione per parecchio tempo, all’improvviso ne sentii attaccati alle mie braccia più di un milione, di ogni sorta di specie, che pesavano così tanto che non li potevo togliere.

[Cyrano viene condotto in prigione, mentre il popolo degli uccelli discute sulla sua provenienza e sulla sorte da riservargli.]

Lo schiamazzo intendeva trasformarsi in sedizione, perché la mia gazza [amica di Cyrano] si era presa la libertà di far osservare che era un procedimento barbaro far morire, senza portarlo a conoscenza del motivo, un animale che in qualche modo si avvicinava ad esser ragionevole come loro. Gli altri uccelli pensarono di farla a pezzi; sarebbe davvero ridicolo, dicevano, pensare che un animale completamente nudo, che la natura stessa non si era preoccupata di fornire delle cose necessarie alla propria conservazione nel metterlo al mondo, fosse come loro capace di ragione: “Almeno – aggiungevano – se fosse stato un animale con una figura un po’ più vicina alla nostra… ma è proprio quanto di più dissimile e raccapricciante; una bestia calva, un uccello spennato, un’accozzaglia di diverse nature, e che fa paura a tutti: l’uomo, così sciocco e vano da esser convinto che noi siamo stati fatti solo per lui; l’uomo che con il suo ingegno così penetrante non sa distinguere lo zucchero dall’arsenico e che inghiottirà la cicuta perché il suo profondo senno gliela avrà fatta scambiare col prezzemolo; l’uomo che sostiene che si può ragionare solo con l’apporto dei sensi, e che tuttavia possiede i sensi più deboli, lenti e fallibili fra tutte le creature; l’uomo infine che la natura, per fornirlo di tutto, ha creato come un mostro, ma nel quale tuttavia ha infuso l’ambizione di comandare su tutti gli animali e di sterminarli”.

Questo è ciò che dicevano i più saggi; quanto ai più, gridavano che era orribile credere che una bestia che non aveva il viso fatto come loro avesse la ragione, “E che! – parlottavano fra loro – non ha né becco, né piume, né artigli, e la sua anima sarebbe spirituale! O dio! che impertinenza!”

[Viene istruito un processo contro Cyrano. Per prima cosa, gli si domanda la sua provenienza e la sua specie. Cyrano, grazie all’aiuto della sua amica gazza, inventa un abile stratagemma per difendersi.]

Risposi dunque che provenivo da quel piccolo mondo che si chiama terra, di cui la fenice e qualche altro che vedevo nell’assemblea, potevano aver loro parlato; che l’ambiente che mi aveva visto nascere era posto sotto la zona temperata del Polo artico, in un’estremità dell’Europa chiamata Francia; e per ciò che concerneva la mia specie, che non ero un uomo come essi immaginavano, ma una scimmia; che degli uomini mi avevano allevato nella culla quando ero molto piccolo e nutrito fra loro; che in tal modo la loro cattiva educazione mi aveva reso la pelle delicata; che mi avevano fatto dimenticare la mia lingua naturale e mi avevano insegnato la loro; che per compiacere quegli animali feroci, mi ero abituato a camminare solo su due piedi; e che infine, poiché è più facile scendere che salire di specie, l’opinione, il costume e l’alimentazione di quelle bestie immonde avevano un tale potere su di me che i miei genitori, che sono scimmie d’onore, ormai mi riconoscerebbero a malapena.

[Dopo varii dibattimenti, i giudici stanno per consultarsi sul verdetto quando…]

…si vide che il cielo veniva coprendosi e sembrava carico. Ciò fece sciogliere l’assemblea.

Immaginavo che l’apparenza del cattivo tempo ve li avesse invitati, quando l’avvocato generale venne a dirmi, per ordine della corte, che non sarei stato giudicato quel giorno; che un processo criminale veniva sempre sciolto finché il cielo non era sereno, perché essi temevano che la cattiva temperatura dell’aria potesse alterare qualcosa nella buona costituzione d’animo dei giudici; che la tristezza che si accumula sull’umore degli uccelli durante la pioggia si riversasse sulla causa, o che infine la corte si rifacesse della propria tristezza sull’accusato; per questo il mio giudizio fu rimandato ad un tempo migliore. Fui dunque riportato in prigione …

Pensavo di ricomparire l’indomani, e tutti gli altri anche lo credevano; ma una delle mie guardie mi raccontò, dopo cinque o sei giorni, che tutto quel tempo era stato impiegato per rendere giustizia a una comunità di cardellini che l’avevano domandata contro uno dei loro compagni. Domandai alla guardia di quale crimine quell’infelice era accusato: “Del crimine – replicò la guardia – più enorme di cui un uccello può essere denigrato. Lo si accusa… potreste crederlo? Lo si accusa… ma buon dio! solo a pensarci mi si drizzano le piume sulla testa… Insomma, lo si accusa di non aver ancora, dopo sei anni, meritato di avere un amico; per questo è stato condannato ad essere re, e re di un popolo di specie diversa dalla sua.

“Se i suoi sudditi fossero stati della sua natura, avrebbe potuto almeno immergersi nei loro piaceri; ma poiché i piaceri di una specie non hanno niente a che fare coi piaceri di un’altra specie, egli soffrirà tutte le fatiche e berrà tutte le amarezze della regalità, senza poterne gustare alcuna dolcezza.

“E’ stato fatto partire stamattina circondato da molti medici, per sorvegliare che non si avveleni durante il viaggio…” Per quanto la mia guardia fosse molto chiacchierona di suo, non osò intrattenermi da solo più a lungo, per paura di essere sospettato di complicità.

[Il processo finalmente riprende. Cyrano sta parlando con la sua amica gazza, ma vengono interrotti dall’arrivo di una grande aquila.]

Volevo alzarmi per mettermi in ginocchio davanti a lei, convinto che fosse il re, ma la mia gazza con la zampa mi trattenne nel mio posto. “Pensavate dunque – mi disse – che quella grande aquila fosse il nostro sovrano? E’ una fantasia di voi altri uomini. Siccome vi lasciate comandare dai più grandi, dai più forti e dai più crudeli dei vostri simili, avete stupidamente creduto, giudicando ogni cosa con la vostra misura, che l’aquila ci dovesse comandare.

“Ma la nostra politica è totalmente diversa; infatti noi non ci scegliamo per re che il più debole, il più dolce, e il più pacifico; inoltre lo cambiamo noi ogni sei mesi e lo scegliamo debole affinché il più piccolo che riceva torto possa vendicarsi di lui. Lo scegliamo dolce affinché non odi né si faccia odiare da nessuno, e noi vogliamo che sia di indole pacifica per evitare la guerra, veicolo di ogni ingiustizia.

“Ogni settimana, egli tiene gli Stati, dove chiunque voglia lamentarsi di lui è ricevuto. Se si trovano solamente tre uccelli insoddisfatti del suo governo, viene deposto e si procede ad una nuova elezione”.

[Ma ecco l’arringa dell’accusa!]

Arringa fatta al Parlamento degli uccelli, le Camere adunate,

contro un animale accusato di essere uomo.

“Signori, la parte offesa di questo processo penale è Guglielmina la pernice, da poco arrivata dal mondo della terra, la gola ancora aperta di una palla di piombo che le hanno tirato gli uomini; l’accusa è contro tutto il genere umano, e di conseguenza contro un animale che affermo essere membro di questo grande corpo. Non sarebbe difficile impedire con la sua morte tutte le violenze che egli può fare; tuttavia poiché la salvezza o la perdita di tutto ciò che vive importa alla Repubblica dei viventi, mi sembra che noi meriteremmo di esser nati uomini, vale a dire degradati della ragione e dell’immortalità che noi abbiamo più di loro, se noi li eguagliassimo in qualcuna delle loro ingiustizie.

“Esaminiamo dunque, signori, le difficoltà di questo processo con tutta l’attenzione di cui i nostri divini spiriti sono capaci.

“Il nodo dell’affare consiste nel sapere se questo animale è un uomo; e poi, nel caso venga accertato che lo è, se per questo merita la morte.

“Per me, non fa alcuna difficoltà che lo sia, in primo luogo per un sentimento di orrore che ci ha preso tutti alla sua vista senza poterne dire la causa; secondo, perché ride come un folle, terzo, perché piange come uno sciocco; quarto, perché si soffia il naso come un villano; quinto, perché è piumato come un uccello con la scabbia; sesto, perché porta la coda davanti; settimo, perché ha sempre una quantità di piccola graniglia quadrata nella bocca che non ha lo spirito né di sputare né di inghiottire; ottavo e ultimo, perché ogni mattina solleva in alto gli occhi, il naso e il suo largo becco, incolla le mani aperte, la punta al cielo, palma contro palma, e ne fa una sola attaccata, come se fosse infastidito di averne due libere; si rompe le gambe a metà, così che cade sulle cosce; poi mormora delle parole magiche e ho accertato che le sue gambe si riattaccano e che dopo si rialza allegro quanto lo era prima. Ora voi sapete, signori, che di tutti gli animali non c’è che l’uomo la cui anima sia così nera da consacrarsi alla magia, e di conseguenza costui è un uomo. Occorre ora esaminare se, per il fatto di essere uomo, merita la morte.

“Penso, signori, che non è mai stato messo in dubbio che tutte le creature sono prodotte dalla nostra madre comune per vivere in società. Ora, se io provo che l’uomo sembra non esser nato che per rompere la società, non proverò che poiché egli va contro il fine della sua creazione egli merita che la natura si penta del proprio operato?

“La prima e fondamentale legge per il mantenimento di una repubblica è l’eguaglianza; ma l’uomo non la saprebbe sopportare per sempre: egli si avventa su di noi per mangiarci; si convince che non siamo stati fatti che per lui; prende, come argomento per la sua pretesa superiorità, la barbarie con cui ci massacra, e il poco di resistenza che trova a resistergli per la nostra debolezza, e tuttavia non vuole riconoscere suoi padroni le aquile, i condor e i grifoni, che superano i più robusti fra loro.

“Ma perché questa grandezza e disposizione di membra mostrerebbe diversità di specie, se anche tra loro stessi si incontrano nani e giganti?

“Ancora, è un diritto immaginario questo dominio di cui si lusingano; al contrario, essi sono così inclini al servaggio che per paura di non servire vendono gli uni agli altri la propria libertà. E’ così che i giovani sono schiavi dei vecchi, i poveri dei ricchi, i contadini dei gentiluomini, i principi dei monarchi, e i monarchi stessi delle leggi che hanno stabilito. Ma oltre a tutto ciò, questi poveri servi hanno così paura di non aver abbastanza padroni che, come se temessero che la libertà arrivi da qualche luogo inatteso, si creano degli dèi da tutte le parti, nell’acqua, nell’aria, nel fuoco, sotto terra; essi se li farebbero di legno piuttosto che non averne, e credo anche che essi si lusingano di false speranze di immortalità non tanto per l’orrore del non essere che li spaventa, quanto per il timore di non avere chi li comandi dopo la morte. Ecco il bell’effetto di questa fantastica monarchia e di questo dominio così naturale dell’uomo sugli altri animali e su noi stessi, poiché la sua insolenza è arrivata fin qui.

“Eppure, in conseguenza di questo ridicolo principato, si attribuisce graziosamente il diritto di vita e di morte su di noi; ci prepara delle imboscate, ci incatena, ci mette in prigione, ci sgozza, ci mangia e fa del potere di uccidere quelli di noi che sono rimasti liberi un premio di nobiltà. Egli pensa che il sole sia acceso per dargli luce mentre ci fa guerra; che la natura ci abbia permesso di estendere le nostre passeggiate nel cielo solo perché egli potesse ricavare dal nostro volo auspici sfortunati o favorevoli; e che Dio, quando mise le viscere nel nostro corpo, avesse intenzione di fare un grande libro dove l’uomo potesse apprendere le cose future.

“Ebbene, non è forse questo un orgoglio veramente insopportabile? Colui che l’ha concepito poteva meritare un castigo minore che di nascere uomo? Non è tuttavia su questo che vi incito a condannare costui. Non avendo questa povera bestia come noi l’uso della ragione, io scuso i suoi errori prodotti dalla sua carenza di intelletto; ma per quegli errori che sono figli della sua volontà, io domando giustizia: per esempio, del fatto che ci uccide senza essere attaccato da noi; che ci mangia pur potendo placare la sua fame con nutrimento più opportuno, e, cosa che ritengo molto più vile, del fatto che corrompe la naturale bontà di qualcuno di noi, come i lanieri, i falconi e i grifoni, istruendoli a massacrare i loro simili, a farsi beffe del loro prossimo, a consegnarci nelle sue mani.

“Questa sola considerazione è così stringente, che io domando alla corte che egli venga soppresso con la morte triste”.