In ambito sociologico sono presenti alcune analisi tese a ricercare possibili spiegazioni inerenti al vegetarismo contemporaneo, di cui il veganesimo è particolare espressione. Queste analisi sono interessanti sia per alcuni elementi che fanno ipotizzare una comprensione solo parziale del fenomeno vegetarista in tutte le sue varianti, sia per la corrispondenza che esiste, in merito a questa comprensione limitata, tra la letteratura scientifica sull'argomento e il senso comune.
In Nuovi asceti di G. Osti il tema della crisi ambientale viene trattato ricercando possibili risposte rappresentate da nuovi modelli di comportamento delle imprese e delle persone.
L'attenzione è focalizzata soprattutto verso quegli stili di comportamento che l'autore definisce "ascetici", ovvero condotte di vita orientate alla semplificazione e alla riduzione dei consumi.
Questo genere di comportamenti trova scarso coinvolgimento tra gli individui, infatti si assiste ad un aumento della complessità e della differenziazione come risposta "di massa" alla crisi ambientale: imprese e istituzioni affrontano l'emergenza ecologica sviluppando agenzie di educazione ambientale, laboratori di analisi, centri di ricerca, aumentando cioè gli schemi sistema-ambiente entro cui segmentare la problematica e affrontarla.
La categoria dell'ascetismo viene analizzata dall'autore collegando lo stile di comportamento tipico a quello prettamente religioso, in cui l'esercizio costante delle pratiche di vita mira al perfezionamento di sé.
L'autore spiega che le matrici del concetto possono essere fatte risalire a quello di askesis, termine greco che significa "esercizio". Esso indica:
- una selezione delle relazioni del consumo di beni materiali;
- una condotta di vita regolata;
- uno sforzo costante al perfezionamento di sé;
- un riferimento a valori assoluti.
Questi elementi sono utilizzati dall'autore come fattori interpretativi attraverso i quali esaminare i comportamenti ascetici. Il vegetarianismo, nell'analisi di Osti, viene preso ad esempio come prototipo di un certo tipo di ascetismo. Numerose esemplificazioni utili a comprendere l'ascetismo di matrice ecologista includono, nelle argomentazioni dell'autore, la pratica di non cibarsi di carne.
Gli elementi sopra riportati riguardano principalmente aspetti quali le pratiche concrete degli individui (selezione di relazione di consumo di beni materiali e condotta di vita regolata); una direzione comportamentale (sforzo costante al perfezionamento di sé) e una classificazione dei valori sulla base del loro grado di intensità e non sul contenuto degli stessi (valori assoluti).
L'analisi di questi aspetti, sebbene di fondamentale importanza nel definire comportamenti originali e che si discostano almeno in parte dalle più comuni pratiche individuali, non sembra tuttavia dedicare sufficiente spazio a quelle che sono le motivazioni dei singoli alla base dei comportamenti che si stanno analizzando: motivazioni e percezioni della vita sociale che potrebbero invece permettere una conoscenza maggiormente approfondita di tali pratiche.
Gli aspetti fondamentali sono infatti da ricercare, a mio parere, nelle motivazioni e nelle percezioni individuali: non prendere in considerazione questi aspetti e condurre l'analisi di un atteggiamento concentrandosi esclusivamente sulle azioni pratiche potrebbe fornire una visione parziale e poco rispondente alla realtà nelle sue molteplici manifestazioni.
L'autore individua nella sensibilità ecologista la spinta a modificare le proprie abitudini di vita; tuttavia in numerosi passaggi egli lascia intendere che le pratiche di vita ascetica, in cui frequentemente include il vegetarismo, potrebbero in qualche modo essere motivate in realtà da fattori psicologici legati al bisogno di definire la propria identità:
Nella maggior parte dei casi queste forme di ascetismo non nascono dalla volontà di inserirsi in un ciclo armonico del tempo, ma sono dettate da un desiderio di costruirsi un'identità fondata su una selezione degli oggetti con cui entrare in contatto. In altri termini, è il tentativo di rispondere per altre vie alla stessa identica esigenza di costruire un sé coerente e distinto1.
Ecco quindi che per l'autore l'adozione di queste pratiche diventa "lo sforzo costante al perfezionamento di sé".
Sembrerebbe quasi che la "condotta di vita regolata" e la "selezione di relazioni del consumo di beni materiali" siano il fine in sé di tale pratica e che l'autore operi una sorta di identificazione tra gli obiettivi reali che il vegetariano si pone e il modo con cui cerca di raggiungerli.
La regola, al di là del rappresentare solo uno strumento per raggiungere determinati obiettivi, sembrerebbe diventare, in questa analisi, un modello di vita a cui fare riferimento per acquisire i tratti di rigore e perfezione.
L'impressione che l'autore operi un'identificazione tra l'obiettivo che la tipologia di individuo in esame si pone e gli strumenti con cui cerca di raggiungerlo, è il fatto che venga assegnata scarsa rilevanza alle motivazioni esplicite individuali di cui il vegetariano si fa portavoce.
La carne, nella riflessione di Osti, ma anche di altri autori come Beardsworth di cui Osti cita le parole, è qui presa in esame in qualità di simbolo, riferimento immateriale verso cui collegare una serie di elementi spirituali da cui allontanarsi:
Nei vegetariani vi è questa aspirazione ad appianare il conflitto con gli altri esseri viventi. La carne diventa "il riferimento centrale per tutto un insieme di concetti dalle connotazioni negative: crudeltà, sofferenza, morte, sfruttamento, ripugnanza, fino all'idea che ingerendola si ingeriscano anche l'impeto e la violenza delle bestie2.
Da questa riflessione sembrerebbe che la pratica di astenersi dal mangiar carne trascenda quella che è la cosiddetta "questione animale", che trova rilevanza, in questa analisi del comportamento vegetarista, solo come aspirazione ad appianare il conflitto con gli altri esseri viventi. La riflessione prosegue in realtà su un altro livello, di rilevanza più spirituale, trattando simbologie legate alla "carne". L'impressione che nasce accostandosi a questo tipo di analisi è che il vegetariano sia alla ricerca di una pratica di vita che si allontani quanto più possibile non da ciò che la carne è ma da ciò che la carne rappresenta. La carne non viene menzionata come parte di corpo inanimato di un animale che ha subìto una macellazione, ma come simbolo e riferimento di un insieme di concetti dalle connotazioni negative:
Evitare la carne piuttosto che apprezzare i vegetali diventa così un modo per tenersi lontani da simboli che richiamano eventi negativi, in particolare il paradosso che per la propria vita si debba procurare la morte di altri esseri. La pratica dell'astinenza dalle carni permette di sterilizzare una fonte di sofferenza3.
Queste considerazioni sul concetto di carne sono a mio parere fuorivianti. Considerare la carne principalmente come simbolo rischia di presentare la pratica vegetarista semplicemente come una ricerca spirituale e non come l'espressione di una volontà che nasce da una presa di coscienza sulla questione animale; gli elementi alla base di questa scelta sembrano essere considerati nella loro natura simbolica e il vegetariano – nell'ottica di Osti – cercherebbe di allontanarli da sé, attraverso l'esercizio costante che mira alla perfezione. La carne diventa quindi un semplice simbolo investito di una teoria di significati.
A mio parere, se si afferma che la valenza negativa della carne sia essenzialmente di natura simbolica, decidere di non mangiarla è una scelta che potrebbe derivare dal grado di condivisione di quei significati simbolici, che, essendo quindi di natura astratta ed evocativa, riguardano percezioni puramente soggettive. La violenza sembrerebbe quindi, secondo l'ottica dell'autore, essere legata alla carne solo soggettivamente: sembra quasi che sia la percezione di un vegetariano a identificare l'oggetto "carne" con la sofferenza e la violenza, ma queste non sono intrinsecamente collegate alla carne.
Il fatto che gli animali vengano uccisi e che quindi la morte sia necessariamente collegata alla "carne" sembra essere ignorato dall'autore: egli trascura la concreta connessione esistente tra l'esperienza della morte vissuta dall'animale ucciso e il "prodotto finito". Sembra non essere presa in considerazione, dalle parole dell'autore, la pragmaticità dell'astensione dal cibarsi di carne in quanto atto concreto di non partecipazione a una cultura domininante che considera legittimo sfruttare e uccidere esseri senzienti. Credo sia possibile affermare che le valenze simboliche della carne interessino poco ai vegetariani4. La descrizione della scelta vegetariana da parte di chi la intraprende è molto più semplice rispetto a quella descritta dall'autore: rifiutarsi categoricamente di uccidere qualcuno, animale o umano, implica necessariamente non mangiare i corpi di chi viene ucciso, ed evitare accuratamente di finanziare attraverso i propri consumi l'industria dello sfruttamento. Ritengo che l'astensione dalla carne non possa essere affatto definita come un gesto per tenersi lontani solamente da simboli negativi, ma piuttosto come un atto concreto che ha una forte motivazione etica, una evidente presa di posizione negativa verso un impianto culturale dominante che sfrutta e uccide milioni di esseri senzienti.
Successivamente si legge:
La frammentazione della vita moderna non mette solo in crisi il senso del tempo ma rimuove anche il discorso sulla fine del tempo (escatologia). Questo è il punto ancora più delicato perché coinvolge le dimensioni più speculative e più angoscianti dell'esistenza umana. Introduce infatti il tema della fine del mondo e di ciascun individuo nella morte. Si capisce bene come l'ascetismo con il suo alto profilo valoriale, si iscriva fra i tentativi di rispondere alla tragica domanda sulla fine ultima. La rimozione di tale domanda non è una buona strategia perché essa riaffiora sotto mentite spoglie. Il rifiuto di mangiare carne rappresenta una buona esemplificazione. Alan Beardsworth precisa che tale pratica potrebbe essere un modo per esorcizzare il tema della fine in un mondo che non riesce più a giustificarla. "Potrebbe anche rappresentare il rifiuto della morte una particolare forma di necrofobia, legata al fatto che nella cultura edonista della modernità avanzata la morte è un tabù. […] Il vegetarianismo può essere considerato un tentativo di ridare un qualche significato all'esistenza in un mondo secolarizzato5.
È evidente come in questo passaggio torni ancora una volta il riferimento alla carne come oggetto simbolico: il rifiuto della carne viene collegato al rifiuto della morte in sé. In questo pezzo la morte sembra essere trattata in qualità di evento naturale che accomuna il destino di ogni essere e non come ciò che accade all'animale mediante la macellazione, cioè un abbattimento, non una morte "naturale". L'autore sembra ignorare la forte critica che i vegetariani avanzano nei confronti della morte inflitta, e ancora una volta, l'oggetto su cui il vegetariano sembra "scagliarsi", secondo l'ottica di questi autori, non è tanto la deprivazione sistematica e non necessaria della vita perpetrata nei confronti dell'animale, quanto un rifiuto generico verso la morte come fatto ineluttabile: il vegetariano viene infatti descritto come "necrofobo" piuttosto che come contrario all'uccisione di un essere, umano o non umano esso sia.
È interessante notare come nonostante l'atteggiamento di rifiuto della morte violenta di un umano verso un umano sia un atteggiamento generalmente condiviso e riconosciuto come "normale", lo stesso atteggiamento vegetarista, che non si discosta nella sostanza dal considerare immorale l'uccisione, ma anzi ne allarga l'estensione e l'accesso a determinati individui dando loro la possibilità di godere del diritto alla vita, non viene riconosciuto: esso viene ricondotto a un bisogno trascendente la reale condizione degli animali e l'associazione tra questi e il discorso generale sui diritti, collegandolo a un bisogno di tipo spirituale e al rifiuto della morte come simbolo.
Sembrerebbe quasi che agli occhi del non vegetariano il discorso dell'allargamento dei diritti dagli umani ai non umani appaia così bizzarro da non poter essere vero: sembra quasi più plausibile collegarlo a bisogni umani che, fin dalla notte dei tempi, hanno caratterizzato le narrazioni di tema spirituale e mitologico. Questo è un elemento che può essere utile a comprendere le dinamiche di comunicazione tra vegetariani e non vegetariani, ma soprattutto per verificare se esista una forma di corrispondenza tra la visione dei vegetariani presente nel senso comune e quella invece presente nella letteratura sociologica: a questo proposito, è interessante fornire maggiori elementi alla riflessione analizzando gli esempi concreti, come possono essere le interviste qualitative, la letteratura vegetarista già presentata nelle pagine precedenti, la comunicazione sul web, che, soprattutto negli ultimi anni, ha conosciuto grandissimo sviluppo e diffusione.
In sintesi, un atteggiamento di rinuncia verso la carne pare essere motivato da elementi spirituali, volti al raggiungimento di quell'ideale di perfezione di cui parla l'autore, e non dalle conseguenze oggettive derivanti da un suo consumo. Trascurando, come fa l'autore, che per un vegetariano il diritto alla vita di ogni animale è inalienabile, il rigore con cui persegue la pratica di non cibarsene diventa fine a sé, spiegabile solo con una ricerca di perfezione.
L'elemento dell'esercizio e della perfezione vengono poi associati a un altro elemento che, stando alle parole dell'autore, farebbero parte della vita del vegetariano, cioè la ricerca dell'isolamento.
Inoltre, vi è in questa figura la ricerca di un certo isolamento dagli altri. Anche se le indagini dicono che una parte di vegetariani è affiliata ad organizzazioni, possiamo immaginare che le passioni più forti da tenere sotto controllo siano quelle che riguardano i propri simili piuttosto che il cibo o gli animali6.
Nonostante l'autore ammetta che le indagini sul campo riflettano che una parte dei vegetariani sia in qualche modo impegnata in ambito sociale, l'autore sembra nutrire dei dubbi circa la vita sociale dei vegetariani.
Ciò che appare interessante è il riferimento alla ricerca di isolamento che secondo l'autore apparterrebbe alle abitudini del vegetariano. L'isolamento è una pratica comune ad esempio in quegli ordini religiosi che fondano la propria esistenza sulla regola e sulla dedizione alla vita contemplativa. Questa attribuzione, che sembrerebbe essere più una affermazione ipotetica, è degna di interesse perché innanzitutto ribadisce la posizione dell'autore sul profilo ascetico dei vegetariani, su cui sono state avanzate forti perplessità nelle pagine precedenti (espressioni come "passioni da tenere sotto controllo" sembrano consoni a definire stili di vita basati sulla mortificazione delle emozioni in certi ambienti religiosi), ma, soprattutto, questa "ricerca di isolamento" attribuita ai vegetariani sembra essere, secondo l'autore, maggiormente vicina allo stile di vita vegetarista di quanto le indagini affermino. Questo ultimo aspetto, in particolare, rende auspicabile lo sviluppo di ulteriori ricerche volte a scoprire quali siano le reali aspirazioni dei vegetariani nei riguardi della loro vita sociale e relazionale.
Oltre a questo, può risultare di grande interesse approfondire aspetti maggiormente legati alle motivazioni esplicite dei soggetti vegetariani, elementi che sono stati affrontati nel primo capitolo.
Ma soprattutto, potrebbe essere davvero utile scoprire quali siano le criticità insite nel rapporto tra vegetariani e nonvegetariani, con particolare riferimento alle reciproche percezioni dell'uno e dell'altro stile di vita. Quest'ultimo elemento potrebbe, a mio parere, permettere una conoscenza maggiormente approfondita dell'uno e dell'altro atteggiamento.
Si potrebbe infatti ipotizzare che le motivazioni alla base della scelta vegetarista siano considerate come doverose e fondamentali dal punto di vista del soggetto vegetariano. Se segue uno stile di vita vegetariano per motivi etici, egli potrebbe argomentare che le motivazioni alla base della scelta di non cibarsi di animali non siano concettualmente differenti da quelle che portano gli stessi individui a non usare violenza contro gli esseri umani: non è raro, nella riflessione filosofica morale e nella letteratura vegetarista che ad essa si ispira, trovare argomentazioni a sostegno della causa animalista partendo da assunti che hanno favorito l'acquisizione e la diffusione di principi alla base dei diritti umani.
Sulla base del diritto a non subire sofferenza inutilmente, istanza alla base dei diritti umani, e grazie anche alle acquisizioni medico-scientifiche che, soprattutto negli ultimi anni, sembrano d'accordo con la salubrità delle diete vegetariane, i vegetariani sostengono che, non essendo necessario nutrirsi di carne, sia immorale uccidere creature senzienti.
La letteratura vegetarista e la filosofia morale animalista sembra quindi auspicare a una estensione delle acquisizioni giuridiche che hanno favorito la diffusione dei diritti umani anche a tutte le altre creature senzienti, le quali, proprio in virtù della capacità di provare sentimenti e nell'interesse a non subire sofferenza, dovrebbero vedere riconosciuti i loro diritti.
La riflessione sui diritti degli animali da cui matura la scelta di non nutrirsene, nasce quindi dal discorso già affermato dei diritti umani.
Ragionevolmente, è lecito immaginare che il processo di interiorizzazione che porta al riconoscimento dei diritti umani e che vede la loro diffusione come diritti "fondamentali", sia presente anche nei vegetariani per ciò che concerne il riconoscimento dei diritti animali.
Il riconoscimento, da parte del vegetariano, del carattere fondamentale dei diritti animali è probabilmente un elemento di potenziale criticità che può emergere nelle relazioni con gli altri, in cui prevalgono visioni protezioniste ed atteggiamenti ecologisti nei confronti dell'argomento sui diritti animali: questi ultimi, infatti, utilizzano concetti quali il "benessere" degli "animali da allevamento" e "da compagnia", ammettendo di fatto la possibilità di attribuire ruoli strumentali agli animali (animali da allevamento e da compagnia) e sono molto distanti da concezioni fondate sul riconoscimento dello status di persona agli animali, fondato sul diritto a non subire violenza e che ha portato anche al riconoscimento dei diritti umani.
Si potrebbe quindi ipotizzare che il riconoscimento, da parte dei vegetariani, del carattere fondamentale dei diritti animali possa portare alla maturazione di un atteggiamento che dai nonvegetariani venga visto come tendente all'esagerazione.
Questi aspetti che emergono nella vita quotidiana del vegetariano e di cui si parla nella letteratura vegan e nei forum internet, appare ben visibile anche nella letteratura specializzata:
L'ascetismo moderno di questa caratura si traduce spesso in comportamenti maniacali, in idiosincrasie, in fissazioni, in rifiuti assoluti. Difficile trovare un modo piano e rotondo di vivere questo tipo di ascesi. Esso può assumere addirittura la forma della fobia, del tic nervoso, della dipendenza7.
È interessante notare come la parola "rifiuto assoluto" sia associata a parole come "comportamenti maniacali", "fissazioni", "idiosincrasie".
Mentre le ultime tre sono parole generalmente associate ad atteggiamenti di disagio di personalità, la prima è una parola che indica una generale predisposizione di ferma convinzione verso uno specifico argomento. Il rifiuto assoluto, di per sé, non è un atteggiamento che significhi necessariamente mania o fissazione: pensiamo ad esempio al rifiuto assoluto di effettuare determinati comportamenti che si reputano immorali, come ad esempio il rifiuto assoluto di nuocere a un individuo innocente o di arrecare un danno fisico a una persona senza una giustificazione. In questo caso il rifiuto assoluto di arrecare sofferenza non può essere giudicato come sintomo di idiosincrasie o fissazioni.
Dalla letteratura vegetarista, dalle informazioni che si possono trarre dai forum tematici e dalla filosofia morale animalista, il rifiuto di arrecare violenza agli animali fa parte, come abbiamo visto, del discorso più generale di rispetto verso la vita senziente, gli animali, che similmente all'uomo sono in grado di provare piacere e dolore: il vegetariano modifica il suo comportamento in modo quanto più possibile coerente a questo principio, astenendosi dal consumare prodotti derivanti dal loro sfruttamento.
Non dovrebbe quindi essere giudicabile come idiosincrasia o fissazione il comportamento di un vegetariano che si rifiuta in modo assoluto di ingerire parti di animali: egli si comporta secondo la volontà di non partecipare all'uccisione sistematica e socialmente approvata degli animali, così come si comporterebbe se fosse costretto a prendere la decisione se essere complice oppure no dell'uccisione di esseri umani.
Essendo "fissazione" o "comportamento maniacale" delle espressioni che denotano un atteggiamento sintomatico di disagio, a mio parere non possono essere attribuite all'atteggiamento vegetarista etico, che invece agisce coerentemente secondo delle convinzioni etiche argomentate da un punto di vista filosofico. Ritenere ingiusto il trattamento che gli esseri umani riservano agli animali implica il boicottaggio delle attività collegate allo sfruttamento. La coerenza, dimostrata dai vegetariani, tra le convinzioni etiche e i comportamenti concreti esclude pertanto la possibilità che questo atteggiamento possa essere considerato maniacale.
Piuttosto risulta essere a mio parere interessante la visione dell'autore, che trova corrispondenza anche nel senso comune.
Nei forum tematici e nella letteratura, così come nella vita quotidiana, numerosi sono gli esempi di come il comportamento del vegetariano sia oggetto di scherno e parziale emarginazione.
A mio parere, lo strumento più opportuno per spiegare questo tipo di dinamica è quello già utilizzato per studiare l'incontro tra culture e universi di valore molto distanti tra loro, nel quale alcuni elementi di comunanza tra le parti non escludono dei punti di forte diversità, che rendono talvolta difficoltosa una forma di conoscenza e quindi è necessario un lavoro preliminare di analisi dei reciproci giudizi di valore che, se non adeguatamente approfonditi, possono dar luogo a dei pregiudizi che inquinino la reale potenzialità comunicativa.
Oltre al carattere di isolamento e di idiosincrasia/maniacalità, un ulteriore aspetto attribuito alla personalità vegetariana è quello, già accennato, riferito alla settorialità:
Di tutta questa gamma di comportamenti l'aspetto più problematico è però la settorialità. Quello che emerge dagli studi sui vegetariani – presi qui a prototipo di un certo tipo di ascetismo – è la loro parzialità nel condurre le proprie pratiche: essi possono essere sensibilissimi alla salute di qualche specie animale, ma ben poco coscienti delle più generali questioni ecologiche8.
La settorialità – all'origine di qualche tensione fra animalismo e ambientalismo – si riscontra anche in altri soggetti che conducono cocciutamente specifiche pratiche di vita. Ad esempio, quanti non guidano l'auto o non usano i telefoni cellulari o ancora mangiano solo cibi biologici. Non sempre la pervicacia nel ribadire in maniera rigorosa una certa pratica si collega con uno stile di vita complessivamente dolce o a basso impatto ambientale9.
Dalle ricerche di cui l'autore parla sembrerebbe che un aspetto attribuibile al vegetariano sia quello di essere settoriale. Che potrebbero essere "sensibilissimi alla salute di qualche specie animale, ma ben poco coscienti delle più generali questioni ecologiche".
In questa affermazione sono contenuti degli aspetti che andrebbero, a mio avviso, considerati alla luce di due elementi interessanti.
Il primo e sicuramente più concreto si può individuare nella letteratura vegetarista che soprattutto negli ultimi anni ha conosciuto una diffusione vivace: generalmente, pubblicazioni, libri e non ultimi, siti internet che trattano la tematica in oggetto presentano, anche laddove orientata alla promozione del vegetarismo con una accentuazione sull'argomentazione di tipo etico/filosofico, una visione globalmente incentrata su una molteplicità di aspetti, primo fra tutti quello ecologista, seguito da quello sociale e da quello salutistico. Come si è visto anche le motivazioni affrontate nel primo capitolo concedono ampio spazio alla riflessione di tipo ambientalistico.
Interessante, in questo senso, notare come i vegetariani siano maggiormente interessati a tematiche legate all'ecologia e al consumo critico rispetto alla maggioranza della popolazione.
Ma un aspetto che a mio parere può dare un contributo alla riflessione sulla corrente vegetarista è quello che riguarda i suoi rapporti con il movimento ecologista.
Come si è detto, la "sensibilità" vegan nasce da considerazioni che trovano la loro legittimità morale in argomentazioni che sostengono i diritti umani.
Una sensibilità forte nei confronti di tematiche inerenti ai diritti umani non necessariamente porta a una riconsiderazione ugualmente sentita nei confronti di aspetti riguardanti il generale rispetto dell'ecosistema e dei problemi legati all'inquinamento piuttosto che allo spreco delle risorse. È probabile che questa sensibilità ci sia, ma non necessariamente ci deve essere.
È comunque riscontrabile, come detto sopra, un atteggiamento maggiormente aperto e sensibile alla tematica ecologica rispetto alla media, molto probabilmente per le implicazioni negative che il dominio umano sull'ambiente esercita sull'uomo stesso e non solo sugli animali.
La tendenza alla settorialità viene ricondotta a un altro aspetto collegato alla personalità vegetarista: la tendenza all'isolamento, di cui si è parlato sopra.
Non si tratta di demolire la portata di queste forme di ascetismo: nel complesso esse sono una fortissima provocazione per le persone del nostro tempo, così adagiate sul consumo materiale e per nulla consapevoli delle conseguenze ambientali del proprio agire. Piuttosto bisogna guardare al relativo isolamento nel quali tali pratiche vengono condotte, isolamento sia dalle persone che da altri comportamenti del soggetto stesso10.
L'elemento della provocazione offre un ulteriore spunto di riflessione per comprendere le dinamiche di rapporto tra vegetariani e nonvegetariani. Spesso, sia nella già menzionata letteratura vegetarista che nei forum tematici, le reazioni dei non vegetariani sono quelle di forte curiosità verso il vegetariano, da cui deriva una gamma di atteggiamenti che vanno dallo scherno alla curiosità.
1. G. Osti, Nuovi asceti – Consumatori, imprese e istituzioni di fronte alla crisi ambientale, Il Mulino, 2006, Bologna, p. 239.
2. A. Beardsworth, "Comprendere il vegetarianismo. Una prospettiva sociologica sull’astensione dalle carni nell’occidente contemporaneo”, in Rassegna italiana di sociologia, a. XLV, n. 4, pp. 543-569, citato in Osti, cit., p. 238.
3. Osti, cit., p. 238.
4. Per approfondimenti si veda il terzo capitolo, in cui vengono presentate le interviste effettuate ai vegan.
5. Osti, cit., pp. 246-247; Beardsworth, cit., pp. 543-569, citato in Osti, cit..
6. Osti, cit., p. 238.
7. Ivi.
8. A. Nilsen, “Where is the Future? Time and Space as Categories in Analyses of Young’s People Images of the Future”, in Innovation, vol. 12, n. 2, p. 190, citato in Osti, cit., p. 239.
9. Osti, cit., p. 239.
10. Ivi.